Ricordi – le vecchie produzioni di anarcalabra

 

I vigliacchi colpiscono sempre alle spalle

¡nopasaràn!

Ancora una volta ci troviamo costretti a comunicare un gravissimo attacco in stile squadrista che ha colpito i compagni anarchici Ruben e Sestivo del collettivo “riscossa”di Catanzaro. Al collettivo va riconosciuto il merito di essere stato vicino alle lotte dei lavoratori precari e della classe operaia cittadina dimenticate e abbandonate dalle corrotte istituzioni regionali e nazionali che sono da sempre interessate ai salotti bene e ad ingozzarsi alle cene di rappresentanza, ansi che preoccuparsi dei problemi che attanagliano la popolazione calabrese. La sera del 30 ottobre un certo numero di fascisti si è presentato sotto la sede del collettivo “riscossa”, insultano i compagni e quasi colpiscono con un mattone una ragazza incinta, avviene quindi una colluttazione durante la quale il compagno Ruben viene accoltellato due volte alle spalle. Ma questa gravissima vicenda non finisce qua, visto che al fattaccio si aggiunge la beffa. La polizia tutrice del disordine costituito non si cura di evitare e prevenire l’aggressione o di ricercare gli aggressori ma in linea con la propria indole fascista e inquisitoria perquisisce la sede del collettivo e trattiene tutti i compagni in questura, mentre i fascisti sono lasciati liberi di circolare in città. Questa scellerata decisione da parte dei tutori del disordine si può comprendere solo analizzando quanto successo qualche giorno dopo, il compagno Sestivo, recatosi in ospedale per accertarsi delle condizioni di Ruben, all’uscita viene aggredito da cinque fascisti e colpito ripetutamente alla testa. Cinque contro uno fascisti vigliacchi! Esprimiamo piena solidarietà a Ruben, Sestivo e ai compagni di Catanzaro. Come a Parma, a Sarzana e in Spagna al grido ¡no pasaràn! assicuriamo loro che non saranno mai soli in ogni strada, in ogni fabbrica e in ogni casa saremo sempre al loro fianco e determinati oggi più che mai ad andare avanti, poiché oggi come ieri“cari” fascisti, poliziotti e mafiosi

Sarà una risata che vi seppellirà

 

 

 

I VELENI CRIMINALI SONO DELLO STATO E DEL CAPITALE.

E’ iniziata la rivolta dei Calabresi, che dicono NO a tutte le mafie, siano esse locali, statali, o internazionali.

RivogliAmo il nostro territorio e il nostro mare, per viverci e gestirli con le nostre intelligenze, la nostra umanità, la nostra cultura, la nostra libertà. Che sia oggi, questo sabato 24 ottobre ad Amantea, innanzitutto, per chi vi partecipa, pensando pure a chi ancora non si è unito a noi, la giornata dell’ambiente, dell’indignazione, della rinascita della nostra volontà di autogestire le nostre vite, il nostro futuro.

Senza mafia, senza veleni, senza padroni che possano impedircelo.

Questa società fatta di capitali, di produzione di bisogni falsi, di rifiuti, ci ha fatto toccare il fondo.

Un fondo intasato di produzione di morte, non solo con i suoi veleni industriali, ma anche con i suoi disvalori, fatti di sfruttamento, di ricerca del massimo profitto, di alienazione umana, di guerre.

E’ arrivato il momento di rialzare la testa, per affermare una nuova società, dove protagonista, è l’uomo libero, dalle mafie criminali e politiche. Basta con lo Stato fondato sul privilegio, le false promesse della democrazia, del clientelismo e dei segreti.

Anche in Calabria è arrivato il momento, per l’umanità nova, capace di autorganizzarsi, vivere con dignità in un nuovo modello sociale che faccia a meno di tutte le nefandezze contro cui oggi stiamo lottando oggi e con ancor più decisione lotteremo domani, che faccia emergere tutte le capacità umane di solidarietà ed uguaglianza nelle persone, nelle/nei Calabresi.

Gli Anarchici Calabresi, da sempre in prima fila nei comitati, nelle lotte in difesa del territorio, dell’ambiente e della salute, hanno aderito e promosso alla manifestazione di Amantea del 24 ottobre, nata innanzitutto dai comitati ambientali e sociali, nata dal basso, che da anni si battono per la verità sui rifiuti tossici, contro le devastazioni di discariche ed inceneritori, promuovendo tutte le azioni necessarie, politico, sociali e culturali, per la verità e giustizia.

I/le Calabresi possano finalmente in libertà godere delle ricchezze della propria terra, troppe volte umiliata ed offesa da una classe politica, dai poteri economici e criminali, accomunati nella gestione privata e distruttiva dei beni comuni, acqua, terra, aria e culturali.

Per una nuova Calabria libera, ecologica, solidale, egualitaria, federalista.
Gruppi Anarchici Calabresi

Cosenza, li 23 ottobre 2009

TURISTI PER CASO

Agli inizi di agosto un gruppo una ventina di migranti, in maggioranza Nigeriani, del CARA di Isola Capo Rizzuto (Kr), (1350 ospiti, il pù grande d’Europa), gestito dalla Misericordia, ha creato alcuni disordini sia all’interno della struttura che sulla adiacente strada statale 106, rimasta chiusa per alcune ore al traffico.

I disordini, causati sembra in seguito alla comunicazione del diniego della protezione internazionale ad alcuni ospiti, sono sfociati anche in tafferugli con le forze dell’ordine. Il gesto e’ seguito allo stesso messo in atto nella mattinata da altri migranti a Bari.

Una decina di agenti e due ospiti sono rimasti feriti durante la serata, ingenti danni a carico di automezzi delle forze dell’ordine e dell’ente gestore e alle strutture del centro. In particolare sono stati maggiormente colpiti i locali e le attrezzature della sala mensa, del magazzino e degli uffici dell’ente gestore. La regione Calabria ha stipulato con la protezione civile una convenzione per altri 1500 posti per far fronte all’emergenza dei nuovi sbarchi, 800 posti realizzati sulla carta fino ad oggi. Una pioggia di soldi, un altro modo per lucrare sulla pelle degli esseri umani, il bando del bur Calabria, contiene cospicui finanziamenti per le tante associazioni, collegate con la protezione civile. I fortunati che sono riusciti a sbarcare, sfuggiti alla morte, nell’attraversare il mare, i deserti, la repressione delle polizie d’accordo coi regimi europei, diventano un affare, per gli indigeni del posto. E non solo. La macchina dell’accoglienza, i cosiddetti CARA, Centri richiedenti asilo, sono stati disseminati per tutta la regione. Dal mare, dove sono sbarcati, vengono deportati, nelle montagne e colline Calabresi, la domanda martellante che si fanno e pongono a chi cerca di porsi in modo solidale è: “dove siamo?” mentre guardano l’orizzonte irto di montagne e colline, quelle che hanno forgiato per secoli il carattere testardo e chiuso dei Calabresi, viste di sicuro come ostacoli insormontabili. La Rete Antirazzista della Calabria, che da anni segue le vicissitudini dei migranti, dando loro non solo sostegno morale ma anche sostegno legale, sta facendo una mappatura di questi centri sorti come funghi da un humus di interessi locali, più che da mero spirito di accoglienza e solidarietà; (se si esclude l’esperienza storica di Riace, Badolato ed Acquaformosa in tempi non sospetti). I CARA sono stati creati in 5 strutture alberghiere fallite o costruiti con fondi pubblici e mai attivati. Le imprese che li gestiscono, non hanno alcuna esperienza in merito, non conoscono le problematiche a cui rispondere, ne le esigenze più elementari tanto meno il rispetto della convenzione con la protezione civile. Le questure si rifiutano di procedere per le loro competenze, se lo screening sanitario che dovrebbe essere la prima cosa, non è stato fatto. Non esiste supporto legale, che accompagni alla commissione, di verifica dello status di richiedente asilo, non esiste. Ai compagn* della Rete Antirazzista, alcuni migrant*, raccontano come si sentono presi in giro, non rispettati umanamente, consapevoli che sulla loro pelle si fanno solo soldi, il non rispetto del Ramadan. L’albergo “La Calavrisella” di Rogliano ospitata ben 100 immigrati provenienti dal centro Africa, fra questi i ragazzi nigeriani che erano sul barcone giunto a Lampedusa con 25 cadaveri nella stiva.  Questa struttura è gestita da una cooperativa di Reggio Calabria denominata ”Le rasole”, si occupa nel suo territorio di tossicodipendenza, ha avuto la struttura incendiata dalle ndrine dello stretto, ed è vicina alla sinistra istituzionale. L’albergo è in ristrutturazione e manca l’allaccio fognario, gli “ospiti” vi lavorano per pochi euro. Nessuna visita medica fino ad ora, nessun rapporto con la cittadinanza, assenza delle cose più elementari, ma c’è il bar, con caramelle e alcolici. La Rete Antirazzista, attenta a questa situazione ne sta seguendo l’evoluzione, gli incontri fra Comune, CGIL, associazioni; anche se in settimana sono stati identificati dai carabinieri, e pone alcune domande, come sono scelti questi alberghi, da chi, con quali guadagni, e se sanno che dovranno ospitare persone che hanno attraversato il mediterraneo, che hanno visto gli orrori delle guerre, stupri e ogni tipo di violenza. A Falerna, la situazione, non è delle migliori, stesso grado d’improvvisazione, ma la struttura più decente. La loro presenza sul territorio è vista come un occasione di mano d’opera a basso costo, pescatori ed agricoltori senza scrupolo, invitano a lavorare nelle loro aziende per 10 euro al giorno, per la stessa cifra ad altri migranti viene richiesto di lavorare nella sistemazione delle strutture cui sono ospiti, così come alle donne viene offerto di prostituirsi. A Castiglione Cosentino: 15 minori non accompagnati, sono ospitati nella comunità il Delfino, insieme a ragazzi con problemi di tossicodipendenza. A Cetraro sono ospiti dell’Hotel Piazza. Qui l’albergo funziona bene e tratta i migranti come se fossero turisti. Sono tutti ben vestiti e ben seguiti. Hanno già avuto le visite mediche necessarie ed anche visite specialistiche. Il sindaco ha dato una festa di benvenuto con una festa sul lungomare del paese, la locale Associazione sportiva ha già organizzato delle partite di calcio e di maratona coinvolgendo i migranti. E così si sono attivate le parrocchie con Don Ennio e la locale sezione Caritas. I migranti hanno anche avuto un incontro nella sala consiliare con il giornalista Ricucci reduce da un viaggio in Libia dove ha potuto documentare la tragedia della guerra in corso. Molti migranti provengono proprio dalla Libia , dove lavoravano, e rivedere quei luoghi in un documentario è stato per loro commovente. L’idea del ministro Maroni è quella di mantenere fermi i migranti in qualche posto in attesa del rimpatrio. Ai migranti, la Rete Antirazzista, ha spiegato che il governo ha una direttiva precisa che è quella del rientro forzato, ma che il popolo Calabrese dimostra ancora una volta come è capace di dare accoglienza a chiunque venga da situazioni come la loro.

Orestes

LA STORIA DEI 5 ANARCHICI DEL SUD

Sono detti anarchici della baracca (nomignolo dovuto alla villa Liberty, nei pressi di Reggio Calabria, dove i giovani di area anarchica usavano ritrovarsi) i cinque ragazzi che persero la vita in un misterioso incidente nella notte del 26 settembre 1970 in viaggio verso Roma per consegnare a loro referenti materiale di denuncia riguardante i fatti della rivolta di Reggio Calabria.

Il nomignolo con cui sono conosciuti si deve al loro abituale luogo di ritrovo, la cosiddetta “Baracca”, una villetta liberty costruita come alloggio d’emergenza dopo il terremoto del 1908 e diventata centro d’aggregazione per gli alternativi reggini negli anni sessanta.
i cinque ragazzi vittime del misterioso incidente
Gianni Aricò e la moglie Annalise Borth, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso svolsero opera di documentazione su due eventi accaduti nell’estate del 1970: le giornate di Reggio in merito alle quali sostenevano l’infiltrazione di neofascisti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale con l’obiettivo di strumentalizzare la piazza a fini eversivi, e il deragliamento del “treno del sole” avvenuto il 22 luglio 1970 a Gioia Tauro, sostenendo che fosse stato causato da una carica esplosiva messa da neofascisti in collaborazione con la ‘Ndrangheta.
Il gruppo comincia a prendere una sua fisionomia, anche rispetto al dibattito nazionale del movimento anarchico. Aderiscono come gruppo “Bruno Misefari” alla FAGI, il movimento giovanile della F.A.I..
Quando giudicarono di aver raccolto abbastanza materiale decisero di recarsi nella capitale per consegnarli alla redazione di Umanità Nova e incontrare l’avvocato Di Giovanni, che aveva collaborato alla contro-inchiesta sulla Strage di Piazza Fontana.
In particolare i ragazzi avevano riferito ai familiari e agli amici di aver scoperto “cose che faranno tremare l’Italia”, probabilmente riferendosi a ciò che avevano scoperto riguardo al deragliamento a Gioia Tauro.
Il viaggio, programmato in contemporanea all’arrivo a Roma del presidente statunitense Richard Nixon, e della manifestazione di protesta indetta il 27 settembre, termina a 58 km da Roma, tra Ferentino e Frosinone, dove la loro Mini Morris fu travolta da un camion. Angelo Casile, Franco Scordo e Luigi Lo Celso morirono sul colpo e gli altri due non poterono mai raccontare la loro versione in quanto entrarono in coma e morirono poco dopo.
L’ipotesi dell’omicidio. Sul luogo dell’incidente, l’inchiesta della Polizia Stradale stabilisce un probabile errore del guidatore della Mini che ha portato l’auto a schiantarsi sul retro del camion fermo in corsia d’emergenza, con le luci spente. L’autotreno con rimorchio, targato SA135371, alla cui guida c’è Alfonso Aniello e di proprietà del fratello Ruggero, si trova all’arrivo del magistrato “sulla normale corsia di marcia, tutte le luci sono funzionanti ad eccezione del gruppo (stop, lampeggiatore e posizione) del rimorchio, che è spento pur non essendo rotti i vetri dei fanalini.” Scrive il magistrato Fazzioli: “Dopo l’impatto una autovettura Mini Morris targata RC 90181, trovasi sulla corsia normale di marcia, con l’avantreno in direzione nord, la parte anteriore della detta autovettura si presenta completamente distrutta, il tetto scoperchiato. A circa venti metri dall’autovettura trovasi un autotreno con rimorchio, detto autotreno trovasi sulla corsia di marcia normale(…); il rimorchio risulta interessato dall’urto per circa la metà del postremo con inizio dall’estremo limite sinistro.” I danni alla piccola auto, uniti alle luci posteriori del camion ancora intatti e ai maggiori danni dell’autotreno localizzati su una delle fiancate, sembrano però raccontare una storia diversa.

Va sottolineato il fatto che i documenti e le agende dei ragazzi, richiesti dalle famiglie, non furono mai ritrovati. Appare strano, poi, che poco dopo l’incidente fosse accorsa sul fatto la polizia politica proveniente da Roma e alcuni ipotizzano che i cinque fossero in realtà seguiti da polizia e servizi. Tempo prima erano infatti stati ascoltati dal giudice Vittorio Occorsio per la strage di Piazza Fontana nell’ambito delle prime indagini sui circoli anarchici.
Sempre più strana fu, inoltre, il giorno prima della loro partenza, una telefonata ricevuta dal padre di Lo Celso da parte di un amico che lavorava alla polizia politica di Roma che lo ammoniva: “È meglio che non faccia partire suo figlio.” I due camionisti coinvolti, secondo la contro-inchieste portate avanti dagli anarchici, tra cui Giovanni Marini, erano dipendenti di una ditta facente capo al principe Junio Valerio Borghese, personaggio ben conosciuto nell’ambiente dell’estrema destra, nonché futura guida del famoso Golpe Borghese, di pochi mesi successivo a questo incidente. Pare anche che, a comandare l’inchiesta sull’incidente della Polizia, vi fosse tale Crescenzio Mezzina, uno dei tanti partecipanti al detto Golpe. Nel 1993 Giacomo Lauro e Carmine Dominici, due collaboratori di giustizia confermarono al giudice istruttore milanese Guido Salvini, che si occupava di eversione nera negli anni settanta, la presunta collusione tra ambienti d’estrema destra e ‘ndrangheta e sostenne la diretta responsabilità di questi nei Fatti di Reggio e nell’attentato di Gioia Tauro. Carmine Dominici dirà al giudice che: « Personalmente ritengo che quello dei cinque ragazzi non sia stato un incidente ma un omicidio. E tale opinione è condivisa anche da altri militanti. Non sono assolutamente in grado di indicare chi potrebbe aver preso parte alla presunto omicidio e, peraltro, era illogico che ci si rivolgesse a militanti calabresi in quanto ciò avrebbe comportato un pericoloso spostamento geografico.»

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