SABATO 15 OTTOBRE, UN GIORNO DA RICORDARE.

 

Il 15 ottobre ha visto in tutto il mondo la nascita di un nuovo protagonismo sociale. Milioni di cittadini ovunque, in tutti i continenti, hanno manifestato per difendere i diritti, messi a rischio dalla crisi del sistema capitalista, fondato su finanza speculativa, competitività e produttività.
In Italia, l’altissima partecipazione, volutamente concentrata nella sola piazza romana a dimostrato la straordinaria vitalità dei movimenti e della voglia di rivalsa della società civile italiana. Centinaia di migliaia di persone erano a Roma con le loro proposte e la loro indignazione, con l’obiettivo di partecipare alla nascita di un movimento contro la crisi del sistema e chi l’ha provocata.
Il nostro Paese si trova stritolato nelle spire di una crisi che attanaglia tutti i protettorati (nazioni europee in prima linea) del moribondo gigante unipolare a stelle e strisce e il matrimonio d’interesse tra capitalismo e democrazia rappresentativa, con buona pace di Sinistra e Destra nostrane, si avvia ad un prossimo, imminente divorzio.
Mentre questa crisi totale, provocata dalla finanza internazionale – che de facto detta l’agenda politica di ciascun governo europeo- distrugge in forma criminale ciò che nell’ultimo ventennio è rimasto in piedi dello Stato sociale, la nostra classe politica non trova di meglio da fare che offrirci lo spettacolo rivoltante del litigio infinito per chi sia l’interlocutore e l’esecutore più affidabile dei diktat che, proprio dalle centrali bancarie e finanziarie europee, provengono e per giunta, con crescente arroganza.
Sarebbe a dire: affidiamoci a chi ha scientemente provocato il male per sconfiggerlo! Un paradosso nel paradosso, poiché a ben vedere l’anomalia tutta Italiana degli scontri di piazza, la rabbia sociale giustamente esplosa, ha una matrice abilmente nascosta a tutti.
La gerontocrazia, le mafie criminali e borghesi, i poteri occulti massoni e/o finanziarie, la multinazionale piuttosto che il padroncino di turno, i baronati universitari, la mortificazione del precariato a vita, tutto ciò che, in Italia ancor più che in altri paesi, tiene bloccate le incerte esistenze dell’ ultima generazione Italiana. Che poi solo giovani non sono visto che la precarietà è ormai confezionata dai 19 ai 40 anni, e s’incontra con chi è stato espulso dal processo produttivo a 50 anni, con buona pace delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative e dei loro agganci politico istituzionali.
La frustrazione del NO FUTURE o viene somatizzata, e casi di suicidio ce ne sono, o viene fatta esplodere, e per fortuna è questa la risposta dei più. La giornata di sabato dimostra innanzitutto questo, rivolgendosi contro obbiettivi simbolici dell’apparato economico, istituzionale e repressivo colpevoli dei nostri problemi: precarietà, povertà diffusa nell’universo giovanile, negazione del diritto alla casa e allo studio, disoccupazione dilagante, morti sul lavoro.
Tanti ragazzi che lottavano, a modo loro, contro quello che avevano davanti, sfogando rabbia in maniera confusa ma con un messaggio chiaro e con la forza di chi davanti a sé non vede un futuro.
La gestione della manifestazione, con l’apertura ai partiti politici, come se fosse un grande trampolino politico elettorale, e la gestione della piazza, fanno sorgere il dubbio che si cercasse il pretesto per annullare, sminuire, criminalizzare ogni manifestazione di dissenso non riconvertibile in voti.
Una Piazza San Giovanni riempita dai MOVIMENTI, da quelli per l’ACQUA ai NO TAV, dai PRECARI, ai MIGRANTI, da tutto il tessuto vivo della società italiana, sarebbe stato un colpo mortale, per le moribonde rappresentanze parlamentari.
E ipocritamente quei settori, che volevano manipolare la manifestazione di sabato, oggi piangono per averla persa, quando non assumono comportamenti delatori. Inaudito!! Il popolino, cresciuto al gossip e chiacchericcio delle TV, che combatte Berlusca, ma ne è espressione speculare, nell’univoco pensiero, mette una vera e propria rabbia nell’incitare la polizia contro tutto ciò che ai sui occhi appare immorale, o magari semplicemente sconveniente; questa furia moraleggiante che s’impadronisce del popolo è, per la polizia, una garanzia ben più sicura di quella che le potrebbe essere fornita dal governo. Il primo passo è compiuto, la prima mutazione qualitativa, in direzione regressiva, può dirsi realizzata. Ad essa hanno contribuito, più o meno consapevolmente, tutti i partiti che si riconoscono, con sfumature diverse, in questo Sistema. Dalla politica di “lacrime e sangue” alla politica di “lacrimogeni e sangue”.
All’interno di questa “sindrome di Weimar” si consuma la parabola del deputato Antonio Di Pietro capace di passare – nel giro di due settimane- dal massimalismo radicale del “ci scappa il morto in piazza”, all’invocazione di una nuova legge Reale!
La polizia ha attaccato, a San Giovanni, una folla in gran parte pacifica ed inerme, scagliandogli contro, in violenti caroselli che hanno rischiato di fare una strage, idranti e blindati.
La proposta di nuove leggi speciali per contenere il dissenso, mostra quanto il Re è nudo e impotente di fronte all’esigenza concreta di cambiamenti reali.
Più gravi sono però le responsabilità di chi ha gestito le forze dell’ordine scegliendo di blindare i palazzi del potere e di attaccare indistintamente, in piazza S. Giovanni, col risultato di seminare panico e feriti tra la folla dei manifestanti presenti.
La permanente gravità della crisi e le ricette capitalistiche che continuano a imporci, sono i motivi che ci spingono a continuare la lotta per il rovesciamento del modello di sviluppo a favore di un sistema fondato sui beni comuni, la ridistribuzione reddito e il diritto al lavoro.
Sui media, stampa e TV i primi a essere colpiti, come sempre, gli anarchici, colpevoli di volere un mondo migliore basato sull’autogestione, la libertà e la solidarietà, e in concreto: agroecologia, energie rinnovabili, bioedilizia, commercio equo solidale, trasporti ecologici, rifiuto dei rifiuti (plastica e altre porcherie di sintesi)

Proprio noi che come anarchici abbiamo una sola risposta: costruire sicurezza sociale, non con i manganelli e la violenza, ma con una istruzione garantita e libera per tutti, con l’assistenza ai più deboli, con la dignità del lavoro nelle comunità, con un futuro in cui vivere senza doversi vendere come schiavi o prostitute.
E a proposito di violenza, che sembra essere l’unico argomento capace di riempire i salotti televisivi, ricordiamo tutti i morti per mano dello stato, ultimo in ordine temporale Stefano Cucchi, o il maestro elementare Francesco Mastrogiovanni, e con il pensiero a loro, ribadiamo che nessuna violenza è più grave e più dannosa della violenza che lo stato ogni giorno ci vomita addosso.

MACELLERIA SOCIALE

Il rapporto Svimez 2011 non lascia scampo alla situazione di permanete agonia in cui versa il Sud d’Italia. Le cifre parlano chiaro il mezzogiorno è la parte del nostro paese in cui la crisi economica sta mordendo maggiormente il tessuto sociale. Nell’ultimo decennio oltre 600 mila giovani sono scappati dal mezzoggiorno in cerca di una occupazione altrove. La disoccupazione reale si attesta al 25%.

Il prodotto interno lordo (Pil) ci dice che l’Italia cresce meno della media europea ed il Sud a subire maggiormente questo grave situazione di decrescita. Nello specifico; nel settore industria, la crescita al sud è al 2,3% quasi la metà rispetto del centro nord 5,3%, dal 2000 al 2010 il valore aggiunto manifatturiero ha perso al Sud il 20%, contro il già forte -14,2% del Centro-Nord.

In risalita anche i servizi al Centro-Nord tre volte tanto rispetto al Sud (+1,2% contro +0,4%). Rispetto ai consumi, si registra la difficoltà delle famiglie meridionali dal 2000 al 2010 la spesa delle famiglie al Nord è cresciuta dello 0,5%, al Sud è scesa dello 0,1%. Investimenti: in ripresa, nel 2010 gli investimenti (+2,5% a livello nazionale), ma al Centro-Nord tre volte più del Sud (+3,1% contro +0,9%). A far rallentare il Mezzogiorno sono stati gli investimenti nelle costruzioni, -4,8%, che dal 2008 al 2010 hanno segnato un calo addirittura del 16%, principalmente per effetto della crisi che ha colpito le aziende da un lato e per la contrazione degli investimenti pubblici dovuti ai tagli del FAS e alle manovre correttive. Occupazione in calo in tutte le regioni meridionali, con l’eccezione della Sardegna. Particolarmente forte è il calo in Basilicata (dal 48,5 al 47,1%) e Molise (dal 52,3 al 51,1%).

Valori drammaticamente bassi e in ulteriore riduzione si registrano in Campania, dove lavora meno del 40% della popolazione in età da lavoro, in Calabria (42,2%) e Sicilia (42,6%). Emergenza giovani: 2 su 3 sono a spasso. Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) è giunto nel 2010 ad appena il 31,7% (il dato medio del 2009 era del 33,3%; per le donne nel 2010 non raggiunge che il 23,3%), segnando un divario di 25 punti con il Nord del Paese (56,5%).

La questione generazionale italiana diventa quindi emergenza e allarme sociale nel Mezzogiorno. Tra il 2003 e il 2010 al Sud gli inattivi (né occupati né disoccupati), sono aumentati di oltre 750mila unità. Mentre crescono i giovani “Neet” (Not in education, emplyment or training) con alto livello di istruzione. Quasi un terzo dei diplomati ed oltre il 30% dei laureati meridionali under 34 non lavora e non studia. Sono circa 167 mila i laureati meridionali fuori dal sistema formativo e del mercato del lavoro, con situazioni critiche in Basilicata e Calabria. Uno spreco di talenti inaccettabile.

Il settore in cui si registra lieve ripresa è l’agricoltura che vede una crescita del doppio (1,4% rispetto al 0,7% del Centro-Nord). Appare subito evidente da questi inesorabili dati che la crisi economica che sta attraversando l’Italia, e altri paesi della zona Euro, viene pagata in termini di vite umane dalla popolazione del Sud e in particolare dalle nuove generazioni che sempre più spesso decidono di abbandonare la propria terra, facendo così aumentare il tesso di emigrazione riportandolo ai dati degli anni ’50, sono loro che in particolar modo soffrono la distanza economica-sociale fra settentrione e meridione.

E pur vero che l’arretratezza del mezzogiorno è endemica ma è anche vero che la politica economica della globalizzazione ha peggiorato ancor più le condizioni e le aspettativa di vita della gente del Sud. Oltrettutto la nuova manovra economica 2011 del ministro Tremonti varata in tutta fretta dal parlamento italiano, non ha certo aiutato ad uscire da questa impasse, una manovra austera ed iniqua che colpisce le classi medie e basse della società, una manovra rivolta al prelievo fiscale tralasciando la crescita economica e sociale. Inoltre la chimera dei fondi europei propugnata dalla Comunità Europea si è rilevata una grande truffa, i fondi europei destinati alle zone più disagiate dell’Unione, che hanno lo scopo di trasformare le zone più povere in comunità ricche attraverso le infrastrutture, l’istruzione e gli investimenti nello sviluppo, non ha prodotto i risultati sperati.

Le cause vanno ricercate sopratutto nella cattiva gestione e nei controlli decentrati e troppo deboli , il loro obiettivo era di rinnovare le zone più povere in comunità ricche attraverso le infrastrutture, l’istruzione e gli investimenti nello sviluppo, così ch’è molto spesso questi fondi sono finiti nelle mani della criminalità organizzata. E ancora, alcuni dei maggiori beneficiari del programma di sviluppo, pensato per sostenere le piccole e medie imprese, sono le multinazionali che con il loro potere politico-ecomonico sono riuscite ad influenzare i decisori dei trasferimenti dei fondi europei.

Ora, bisognerebbe chiedersi come eventuali avanguardie popolari dovrebbero gestire il dissenso che produce l’impoverimento di milioni di persone, perché di una cosa bisogna essere consapevoli: nonostante le crisi cicliche, il sistema capitalistico non crolla da solo, ma ritrova sempre e comunque il suo equilibrio economico, con gravissimi costi sociali, se non si interviene, costruendo dal basso una rivoluzione politica, capace di fondare un diverso e radioso avvenire.

 

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