Operazione “Mare nostrum” altra mucca da mungere

Altro naufragio altro cordoglio, e probabilmente altri fondi a sostenere le operazioni per “evitare questo scempio”. Copione già visto e meno di un anno fa e immediatamente dopo si avviava l’operazione “Mare nostrum” (della quale abbiamo già parlato metti il numero di UN che non mi ricordo) una sorta di draga che riesce a grattare circa 12 milioni di euro al mese dal fondo di un barile statale sempre più asciutto. Ci si chiede, se le rotte delle carrette del mare sono grosso modo note, se l’approdo è quasi sempre Lampedusa e i punti di partenza sono Libia e Tunisia, com’è possibile che in un’operazione nella quale si impiegano droni, incrociatori, aerei ed elicotteri, non si riesca ad individuare nulla di nulla prima che sia troppo tardi? Forse perché le carrette dei mari sono l’ultima cosa che si vuol trovare con i mezzi a disposizione, forse perché ancora una volta si mette in evidenza la natura strategico difensiva dell’operazione mare nostrum, e non umanitaria, forse perché il controllo è indirizzato a tutt’altre faccende che di umano hanno solo l’interesse economico.

In questo mare di contraddizioni interviene Alfano svelando l’arcano, in quanto inun’intervista afferma un qualcosa che dovrebbe far accapponare la pelle invece provoca quasi un sollievo nello spettatore medio, afferma l’Angelino nazionale, che i migranti non vogliono soggiornare in Italia, quindi la strategia è di creare campi di accoglienza nel Magreb e un corridoio per il transito nei paesi di destinazione e che l’Europa faccia la sua parte nel concorrere alle spese.
Sorge una domanda, se i migranti vengono “ospitati” sulle sponde dell’Africa, e poi gli si dovrebbe lasciare via libera per percorrere l’Italia, e se non sono previste modalità di attraversamento del mediterraneo, l’unica risposta è che si legittimi la tratta dei migranti con la modalità “classica” delle carrette, però poi gli si dovrebbe consentire il transito verso i paesi di destinazione, sembra quasi un’accelerazione delle procedure per rendere efficiente il meccanismo, la gente arriva con flussi continui, i CIE lavorano a ritmo serrato, si arricchisce chi gestisce il ciclo dei CIE e la logistica che gli gravita attorno, si arricchiscono gli scafisti, festeggiano i Leghisti che vedono i migranti sfilare ma non si fermano, alla fine siamo tutti contenti e paga sempre Pantalone. Un piano perfetto che non fa una piega, Quindi ci ritroviamo a sborsare quattrini per finanziare luoghi di detenzione illegali, per mantenere in perfetta efficienza la macchina bellica della marina, e per sostenere tutto l’apparato logistico per garantire rifornimenti, generi di conforto ecc ecc, un modo pratico per mantenere alto il PIL o un sistema collaudato per spillare soldi alla collettività, aumentare il debito e gonfiare le saccocce di pochi fortunati che dietro compenso si accaparrano appalti di fornitura e gestione? Il buisness legato alla questione dei flussi migratori è uno di quei puntelli strategici messi in atto per garantire produttività ad aziende di varia natura in periodo di crisi, per mantenere potentati economici all’interno delle scelte politiche di un paese sempre più in balia delle leggi di mercato e sempre più disposto a fare utile sulla pelle delle persone. Militarizzazione dei territori, repressione senza quartiere, sgomberi e vessazione di tutto ciò che si muove al di fuori delle logiche di profitto, connotano la fase attuale, e l’inversione di tendenza non può che partire dal riconoscere che ambiti apparentemente slegati sono in realtà più contigui di quanto non si creda.

Il sodalizio tra il reato di clandestinità, la grande distribuzione e lo sfruttamento del suolo è un intreccio che sostiene a sua volta, la militarizzazione e la repressione, le risposte a questi intrecci sono l’organizzazione dei migranti, le occupazioni a scopo abitativo, i circuiti di produzione agricola a Km zero e l’integrazione culturale, che vengono sistematicamente ostacolati dall’intervento dello Stato.

                                                                                                                                                       J. R.

 

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