Non si può morire per una partita di calcio

 

Stato carogna, media canaglia

La curva è stata per molti anni uno spazio sociale liberato negli ingranaggi del potere, in un contesto tutt’altro che facile, corroso dalla malavita, dall’eroina e dal disagio. Una zona temporaneamente autonoma dalla quale sono nate idee ed iniziative che hanno superato i confini della città e della nazione. Nelle curve si trova di tutto, com’è giusto che sia.

Le forze politiche di sinistra hanno di fatto abbandonato un terreno di aggregazione giovanile in mano alla destra, e fatto si che molti ragazzi ne subissero l’influenza, determinando uno spostamento a destra, politicizzando anche là dove non era presente. Se alcune di queste realtà hanno assunto determinati connotati, la responsabilità è dell’indifferenza e di quel criminalizzare, assunto anche a sinistra. Diffidenza alimentata da entrambi le parti e in diversi ambiti, è chiaro.

La politica in curva è stata sempre estremizzata, portata al limite, per sua natura del fenomeno Ultrà, cambiandone però la mentalità e l’etica.

Se anni fa si poteva forse pensare che il fenomeno Ultrà fosse d’impronta maschilista con atteggiamento autodistruttivi, uso smodato di droghe, ecc. Oggi i toni si sono ancor più caricati di razzismo, cameratismo d’impronta maschile, fino ad arrivare in alcuni casi ad una vera e propria estetica della morte. Ma di contro non mancano Ultrà di sinistra, antagonista, a tratti anarcoidi, con le sue icone che vanno dal Che Guevara Marcos, da Bresci a Stirner, con diverse esperienze positive e propositive, che si riconosco in un sano ribellismo giovanile, legati ai centri sociali, ai cortei contro le guerre e precarietà, per il diritto all’abitare, ecc con esperienze concrete, in crescita negli ultimi anni di un calcio popolare dal basso espressione di quartiere.

E come non ricordare il FARE, Football Against Racism in Europe.

L’Italia sempre più viene spinta verso un regime, in cui il dissenso non può esistere. La violenta occupazione militare in Val Susa, l’assedio mediatico al movimento, le derive populiste e xenofobe leghiste o di Grillo, la meritocrazia e l’incubo di un paese normale targato PD, l’ossessione di distruggere ogni forma di aggregazione “altra” nella società. L’intento è distruggere, ogni sacca di ribellione pura, anche nelle curve, per trasformarle in un surrogato del potere, senza menti pensanti, senza libertà di espressione e soprattutto senza antagonismo sociale. Quell’antagonismo sociale “critico” e creativo che rappresenta da anni la “controcultura ultras”per il suo valore aggregativo, partecipativo e solidale, dove le iniziative di sostegno ai detenuti, le campagne di solidarietà, le lotte per la giustizia sono state innumerevoli.

I fatti veri e propri di quel sabato scorso, ci dicono che Ciro, ultrà del Napoli, si trovava nel posto sbagliato al momento più infausto. E non c’è arrivato solo.

Quello che non si è detto che a scontrarsi con i napoletani è stato un gruppo di fascisti che si trova nei paraggi di una delle tante “occupazioni non conformi” (di destra, del giro di casa pound) a Tor di Quinto, a diversi chilometri dallo stadio. È strano che nonostante i numerosi controlli che un tifoso subisce ogni volta che decide di seguire la sua squadra (tessere, biglietti nominali, fotografie personali), le forze dell’ordine abbiano fatto parcheggiare i napoletani in una zona dove spesso accadono scontri e sono più volte partiti assalti contro tifoserie ospiti. Altrettanto strano è che nessuno abbia detto che gli assalitori stavano nascosti in una occupazione fascista, lontana dallo stadio. E se la rissa fosse scoppiata vicino ad un centro sociale occupato da compagni invece cosa sarebbe successo? Cosa avrebbero detto i media di regime??

I ministri Amato, Pisanu, Maroni e Alfano hanno partorito leggi speciali degne della fase più calda degli anni settanta. Stadi trasformati in bunker, tornelli, metal detector, telecamere a circuito chiuso, trasferte vietate, obblighi di firma per decine di migliaia di persone, arresti in differita, striscioni e fumogeni vietati, super poteri ai questori, biglietti nominativi, tessere del tifoso, pestaggi e cariche, gas intossicanti. A nessuno viene il sospetto che tutto ciò non solo non è servito, ma ha contribuito a inasprire la violenza intorno agli stadi, disgregando i gruppi storici, separando le nuove generazioni dalle vecchie, trasformando molte curve in centri commerciali e milizie.

L’ispettore Raciti, come si evince nell’inchiesta super partes e nel libro “il caso speziale”, è stato ucciso da una manovra “sbagliata” di un suo collega che l’ha investito con un discovery della Polizia. Questi sono i fatti e della realtà cui poco se ne importano cari giornalai di regime.

In Italia certe verità istituzionali diventano atti di fede, dogmi indiscutibili. Pensiamo alle stragi di Ustica, Piazza Fontana e i Georgofili. S’è deciso che Raciti è stato ammazzato da un ultrà. Punto e basta. Nessuno può metterlo in discussione, anche a costo di seminare nuovo odio, di infondere quel sentimento di indignazione dinanzi all’ennesima ingiustizia perpetrata da uno Stato fondato sul principio dell’emergenza e della deroga al Diritto.

Certe armi hanno sempre circolato intorno agli stadi. La vera novità sarebbe rappresentata dall’uso di una pistola. Si preferisce invece puntare l’attenzione sul capo ultrà, sulla sua maglietta, insomma su tutti tranne che sulle forze politiche ed economiche che hanno voluto smantellare le tradizionali forme del tifo organizzato. Non rimane traccia delle relazioni scritte dai servizi segreti a cavallo tra lo scorso decennio e quello odierno, sulla possibilità che il mondo delle curve potesse impegnarsi in insorgenze sociali simili a quelle che sarebbero avvenute nelle piazze della primavera araba, gli apparati di sicurezza hanno prescritto la terapia della sterilizzazione preventiva. Così, a colpi di repressione, feriti e morti ammazzati, hanno spinto i gruppi organizzati verso una deriva senza via d’uscita. E non è forse anche conseguenza della militarizzazione degli ultimi anni?

Uno che non va più allo stadio.

 

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One Response to Non si può morire per una partita di calcio

  1. Andrea says:

    Una puntualizzazione: Ciro Esposito non era un ultrà ma un semplice tifoso. Capisco che quando tutti i media parlano di scontri fra ultrà diventa facile sbagliarsi.

    Non penso che in questo episodio c’entri granchè la politica repressiva nei confronti di chi frequenta gli stadi. Roma è conosciuta per le imboscate e le successive coltellate. La novità è la pistola, ma è strano che sia(no) dei “vecchi” ultras, teoricamente fedeli a certi codici, ad averla usata.

    Secondo me quanto avvenuto si spiega principalmente col razzismo latente (neanchè più latente) che in Italia c’è verso i Napoletani. Al di là dei cori e degli attacchi subiti in varie città d’Italia sono i media a portare avanti la crociata contro Napoli e i napoletani.

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