ROMA 12 APRILE. Il Piano Casa di Renzi? Tra manganelli, botte e distacchi

corteo Più di 20mila persone, con una composizione prevalentemente romana fra cui moltissimi migranti e giovani. Percorso militarizzato come ormai di consueto, con un dispositivo pesante. Lo Striscione: “Ribaltiamo il governo Renzi, Cancelliamo il decreto Lupi e Jobs Act” campeggia nel corteo. Ancora si legge “Il nostro piano casa, occupiamo tutto”. Sui muri manifestini che dicono “Potete chiamarci Neet, ma rimaniamo precari incazzati” (acronimo inglese che indica chi non studia, non lavora e non fa formazione, e aggiungiamo se fa sport, non è d’elite, ma nelle palestre popolari, non guarda la tv, sta nelle strade e nelle curve, nei centri sociali, non crede nelle rapporti fissi, ma cerca comunque l’amore) . Qualche manifestante orina davanti alle sedi dei ministeri, come un gruppo di donne a difesa della legge sull’aborto, all’ingresso di quello della Salute. Tutto sempre documentato in diretta su Twitter e sugli altri social network e sulle radio di movimento. Negli “scontri”, sul selciato restano tantissimi k-way azzurri, uno dei simboli della giornata. Ci auguriamo di non vederli più. Soprattutto di non vederli correre dando le spalle alla polizia, che come un cane da caccia fiuta la preda e viene ancor più aizzata dalla corsa. 10174843_10201685602926895_8793609303420237651_n Una volta i cordoni erano l’ossessione di ogni gruppo politico, misura e vanto di ogni collettivo, specchio della forza e della loro capacità di tenuta, per difendersi dalle forze del disordine, certo, ma anche da fasci e alla bisogna purtroppo da usare contro chi la pensava diversamente. Ragionevolmente sono scomparsi, per la loro capacità di respingere la gente, quando era la fase della cosidetta società civile, finalmente divenuta moltitudine; ma oggi che la crisi avvicina le persone nei bisogni e nella giusta necessità di lottare per esistere, forse occorre ripensare all’utilità del sapersi disporre in piazza, nel necessità di dover difendere un corteo dalla brutalità della polizia. black_ Le ambulanze soccorrono i manifestanti e gli agenti contusi, quattro cariche di alleggerimento, decine di minuti di “scontri”. La giornata del 12 risolta in escalation dalla lattuga alle bombe carta, l’assedio al palazzo termina con una ritirata che poteva risultare ben più disastrosa, del ferito grave alla mano e dagli fermi e arresti. Corpi schiacciati, impauriti, sofferenti, occhi di bambine. Quale ricordo rimarrà, in quale coscienza vivrà? Il Governo Renzi, ha avviato col Job Act e il decreto Lupi, l’ennesimo attacco alle fasce popolari. Due atti che influenzeranno la vita di milioni di persone, la maggior parte dei quali vive sotto la soglia di povertà, limite fissato dagli istituti governativi e filopadronali, da loro stessi cioè. In una società meritocratica e classista, il benessere la felicità hanno dei parametri. Le risorse, però, sono solo per le imprese, le loro banche, e i loro governi. Lacrime e sangue nei cantieri, nelle fabbriche (una volta), oggi nei CIE, nelle campagne, nei cosiddetti paesi in via di sviluppo, figuriamoci in quelli che ne hanno solo l’aspetto della distruzione e devastazione delle vite e di interi territori. La lotta per la casa esprime l’universale diritto ad avere un tetto, il benessere che oltre a soddisfare un bisogno, con la lotta, prova a immaginare un futuro conquistato a spinta, per non vivere più come schiavi. È nella casa che si spende la maggior parte della vita, in cui l’umano, morale e materiale e i sentimenti nascono e vivono, dove si pensa di vivere in serenità con la propria famiglia e amici più cari; dove poter curare la crescita dei propri figl*. La lotta per la casa s’intreccia con la lotta per la difesa del territorio, per fermarne il consumo, occupare case vuote per fermare la vorace speculazione edilizia. Se i confini fra gli stati sono quasi ormai inesistenti per le merci, se quasi sembrano più labili per le donne e gli uomini, che girano il mondo in cerca di un esistenza, non è così per le lotte. Va costruito con urgenza un tessuto internazionalista e federalista, perché gli occhi di quella bambina non era italiana, e chissà a quale miseria e guerra ha già assistito. Come pure la mano che ha fermato la porta della metro per fare entrare giovani compagn*, mentre con l’altra fermava i controllori-guardie. La giornata del 12 non ha vissuto quella pluralità di pratiche che è auspicabile per la crescita e rafforzamento del movimento. È stata una giornata, però, caratterizzata dall’incapacità di (auto)gestire la piazza, di auto-tutelarsi, e dall’uso spregiudicato delle lotte per le esigenze di spettacolarizzazione di certe aree. Le lotte sui bisogni primari sono delle lotte fondamentali, necessarie per riappropriazione di spazi e la creazione di autonomia di classe. Proprio per questo non possono essere lasciate in mano ai “dirigenti di movimento”. Solo gli oppressi potranno essere i protagonisti della loro emancipazione. Le lotte non sono una questione di estetica. Le lotte si costruiscono giorno per giorno, sporcandosi le mani nelle e con contraddizioni. flag
Altro dato che è emerso con forza dalla giornata romana è stata la forte volontà repressiva del governo Renzi. Un governo che ha approvato, dopo pochissimo tempo dal suo insediamento, una serie di provvedimenti che attaccano direttamente il movimento per la casa (d’altra parte quando si mette un ciellino come Lupi alle infrastrutture e un legacoop al lavoro…).
Proprio per questo è urgente costruire e ampliare un movimento reale, scevro da avanguardismi e in grado di portare avanti una risposta, sempre più urgente, alla macelleria sociale.
Orestes

Pubblicato su UMANITÀ NOVA n.13 anno 94

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